La nuova app contro il coronavirus si chiama Immuni e verrà testata nella fabbrica di Ferrari a Maranello

Nella serata di giovedì i rappresentanti di Bending Spoons e il commissario all’emergenza Domenico Arcuri hanno firmato il contratto per fare della app contro il coronavirus sviluppata dalla software house milanese guidata da Luca Ferrari la app ufficiale del governo italiano. Che la decisione del governo pendesse verso la app progettata da Bending Spoons – assieme ad altre realtà come il Centro Medico Sant’Agostino e Jakala – era noto da tempo, ma per la prima volta siamo all’ufficialità. Questo non significa tuttavia che la app contro il contagio sarà diffusa immediatamente. Tra aggiustamenti tecnici e test, potrebbe non uscire prima di qualche settimana, ma l’obiettivo è essere pronti per quando scatterà la fase due.

La scelta dovrebbe essere formalizzata a breve dopo il passaggio attraverso la task force di Vittorio Colao, che si riunisce domani, e la firma del contratto da parte del Commissario Domenico Arcuri. Il sistema dovrebbe essere testato prima in alcune regioni pilota per poi estendersi. Iniziano a delinearsi più chiaramente i contorni del sistema di ‘contact tracing’ italiano, che dovrebbe aiutare a gestire la ‘fase 2’ della ripresa. Si procede quindi “alla stipula del contratto di concessione gratuita della licenza d’uso sul software e di appalto di servizio gratuito con la società Bending Spoons”, la quale si occuperà anche degli aggiornamenti necessari nel corso dei prossimi mesi, secondo l’ordinanza numero 10 della protezione civile pubblicata ieri da Repubblica.

Oltre ai test regionali, ne partirà uno nelle sedi di Maranello e Modena della Ferrari: il download volontario dell’applicazione verrà proposto ai 4mila dipendenti della casa automobilistica. Il Corriere della Sera oggi spiega che chi scaricherà «Immuni» per come è stata pensata e scelta — ma è sottoposta al vaglio del gruppo di Vittorio Colao — avrà accesso a due sezioni: un diario clinico per tenere nota del suo stato di salute e dell’eventuale evoluzione dei sintomi del coronavirus, senza che alcun dato lasci il dispositivo. La seconda sezione è quella di tracciamento dei contatti e si basa sulla tecnologia bluetooth, che permette allo smartphone di riconoscere e salvare i codici dei dispositivi a cui è stato vicino e hanno la app installata.

I requisiti da rispettare
Oltre ai requisiti di volontarietà e interoperabilità tra Stati, già ribaditi, l’Ue si sofferma in particolare sulla tecnologia giudicata più idonea per le app di tracciamento, cioè il bluetooth che deve “stimare con sufficiente precisione” (circa 1 metro) “la vicinanza” tra le persone per rendere efficace l’avvertimento se si è venuti in contatto con una persona positiva al Covid-19. “I dati sulla posizione dei cittadini non sono necessari né consigliati ai fini del tracciamento del contagio” sottolinea Bruxelles, precisando che l’obiettivo delle app “non è seguire i movimenti delle persone o far rispettare le regole” perché questo “creerebbe rilevanti problemi di sicurezza e privacy”.

Per mantenere l’anonimato, è previsto che le app utilizzino un ID (codice d’identificazione utente, ndr) “anonimo e temporaneo che consenta di stabilire un contatto con gli altri utenti nelle vicinanze”. In Europa esiste già un progetto che soddisfa questi criteri, su cui stanno convergendo Francia e Germania. Si chiama Pepp-Pt (Pan-European Privacy-Preserving Proximity Tracing) è stato messa in piedi da un gruppo di 130 scienziati e 32 fra aziende e istituti di ricerca di 8 Paesi
(tra cui la Fondazione ISI di Torino). Tra i partner del progetto c’è Vodafone e Bending Spoons.

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